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Un segno nello spazio. Una lezione di semiotica sociale.

Immagine del sito della NASA nasa.gov

Nel racconto “Un segno nello spazio”, tratto da Le Cosmicomiche, Calvino si cimenta nella sua narrativa sul rapporto tra i segni e le cose, sulle relazioni tra il pensiero, il pensato e i segni per pensarlo. Nel monologo del personaggio Qfwfq affronta con leggerezza il rapporto tra il linguaggio e il suo oggetto che esprime un elemento relazionale, un qualcosa in relazione a qualcos’altro.

Persino il testo dialoga, nel momento del riconoscimento, con una serie di testi in produzione classici della letteratura italiana e straniera. Nella prima versione pubblicata nella rivista letteraria Il Caffè, Calvino esplicita tali dialoghi che attraversano in senso trasversale la sua opera: <<Le Cosmicomiche hanno dietro di sé soprattutto Leopardi, i comics di Popeye (Braccio di Ferro), Samuel Beckett, Giordano Bruno, Lewis Carroll, la pittura di Matta e in certi casi Landolfi, Immanuel Kant, Borges, le incisioni di Grandville>> (I.Calvino, Le Cosmicomiche, in Il Caffè, XII, 4 novembre 1964, p. 40).

Le Cosmicomiche è difatti una raccolta interamente costruita sul dialogo. Proprio in occasione dell’uscita della prima edizione delle Cosmicomiche, nel novembre del 1965 presso l’editore Einaudi di Torino, Calvino prepara il testo base di un’intervista rispondendo ad una pregunta centrale:

<<Le Cosmicomiche, può spiegarci innanzitutto il titolo?

Combinando in una sola parola i due aggettivi cosmico e comico ho cercato di mettere insieme varie cose che mi stanno a cuore. Nell’elemento cosmico per me non entra tanto il richiamo dell’attualità spaziale, quanto il tentativo di rimettermi in rapporto con qualcosa di molto più antico. Nell’uomo primitivo e nei classici il senso cosmico era l’atteggiamento più naturale; noi invece per affrontare le cose troppo grosse abbiamo bisogno d’uno schermo, d’un filtro, e questa è la funzione del comico>>.

“Un segno nello spazio”. Italo Calvino.

Situato nella zona esterna della Via Lattea, il Sole impiega circa 200 milioni d’anni a compiere una rivoluzione completa della Galassia.

Esatto, quel tempo là ci si impiega, mica meno, – disse Qfwfq. – io una volta passando feci un segno in un punto dello spazio, apposta per poterlo ritrovare duecento milioni di anni dopo, quando saremmo ripassati di lì al prossimo giro. Un segno come? È difficile dire perché se vi si dice segno voi pensate subito a qualcosa che si distingua da un qualcosa, e lì non c’era niente che si distinguesse da niente; voi pensate subito a un segno marcato con qualche arnese oppure con le mani, che poi l’arnese o le mani si tolgono e il segno invece resta, ma a quel tempo arnesi non ce n’erano ancora, e nemmeno mani, o denti, o nasi, tutte cose che si ebbero poi in seguito, ma molto tempo dopo. La forma da dare al segno, voi dite non è un problema perché, qualsiasi forma abbia, un segno basta serva da segno, cioè sia diverso oppure uguale ad altri segni: anche qui voi farete presto a parlare, ma io a quell’epoca non avevo esempi a cui rifarmi per dire lo faccio uguale o lo faccio diverso, cose da copiare non ce n’erano, e neppure una linea, retta o curva che fosse, si sapeva cos’era, o un punto, o una sporgenza o rientranza. Avevo l’intenzione di fare un segno, questo sì, ossia avevo l’intenzione di considerare segno una qualsiasi cosa che mi venisse fatto di fare, quindi avendo io, in quel punto dello spazio e non in un altro, fatto qualcosa intendendo di fare un segno, risultò che ci avevo fatto un segno davvero.

Insomma, per essere il primo segno che si faceva nell’universo, o almeno nel circuito della Via Lattea, devo dire che venne molto bene. Visibile? Sì, bravo, e chi ce li aveva gli occhi per vedere, a quei tempi là? Niente era mai stato visto da niente, nemmeno si poneva la questione. Che fosse riconoscibile senza rischio di sbagliare, questo sì: per via che tutti gli altri punti dello spazio erano uguali e indistinguibili, e invece questo aveva il segno.

Così i pianeti proseguendo nel loro giro, e il Sistema solare nel suo, ben presto mi lasciai il segno alle spalle, separato da campi interminabili di spazio. E già non potevo trattenermi dal pensare a quando sarei tornato a incontrarlo, e come l’avrei riconosciuto, e al piacere che mi avrebbe fatto, in quella distesa anonima, dopo centomila anni-luce percorsi senza imbattermi in nulla che mi fosse familiare, nulla per centinaia di secoli, per migliaia di millenni, ritornare ed eccolo lì al suo posto, tal quale come l’avevo lasciato, nudo e crudo, ma con quell’impronta – diciamo – inconfondibile che gli avevo data.

Lentamente la Via Lattea si voltava su di sé con le sue frange di costellazioni e di pianeti e di nubi, e il Sole insieme al resto, verso il bordo. In tutta quella giostra, solo il segno stava fermo, in un punto qualunque, al riparo da ogni orbita (per farlo, m’ero spostato un po’ dai margini della Galassia, in modo che restasse al largo e il rotolare di tutti quei mondi non gli venisse addosso), in un punto qualunque che non era più qualunque dal momento che era l’unico punto che si fosse sicuri che era lì, e in rapporto al quale potevano essere definiti gli altri punti.

Ci pensavo giorno e notte; anzi, non potevo pensare ad altro; ossia, era quella la prima occasione che avevo di pensare qualcosa; o meglio, pensare qualcosa non era mai stato possibile, primo perché mancavano le cose da pensare, e secondo perché mancavano i segni per pensarle, ma dal momento che c’era quel segno, ne veniva la possibilità che chi pensasse, pensasse un segno, e quindi quello lì, nel senso che il segno era la cosa che si poteva pensare e anche il segno della cosa pensata cioè di se stesso.

Dunque la situazione era questa: il segno serviva a segnare un punto, ma nello stesso tempo segnava che lì c’era un segno, cosa ancor più importante perché di punti ce n’erano tanti mentre di segni c’era solo quello, e nello stesso tempo il segno era il mio segno, il segno di me, perché era l’unico segno che io avessi mai fatto e io ero l’unico che avesse mai fatto segni. Era come un nome, il nome di quel punto, e anche il mio nome che io avevo segnato su quel punto, insomma era l’unico nome disponibile per tutto ciò che richiedeva un nome.

Trasportato dai fianchi della Galassia il nostro mondo navigava al di là di spazi lontanissimi, e il segno era là dove l’avevo lasciato a segnare quel punto, e nello stesso tempo segnava me, me lo portavo dietro, mi abitava, mi possedeva interamente, s’intrometteva tra me e ogni cosa con cui potevo tentare un rapporto. Nell’attesa di tornare a incontrarlo, potevo cercare di derivarne altri segni e combinazioni di segni, serie di segni uguali e contrapposizioni di segni diversi. Ma erano già passate decine e decine di migliaia di millenni dal momento in cui l’avevo tracciato (anzi: dai pochi secondi in cui l’avevo buttato giù nel continuo movimento della Via Lattea) e proprio ora che avevo bisogno di tenerlo presente in ogni suo particolare (la minima incertezza su com’era fatto rendeva incerte le possibili distinzioni rispetto ad altri segni eventuali) mi resi conto che, nonostante lo avessi in mente nei suoi sommari contorni, nella sua apparenza generale, pure qualcosa me ne sfuggiva, insomma, se cercavo di scomporlo nei suoi vari elementi, non mi ricordavo più se tra un elemento e l’altro facesse così oppure cosà. Avrei dovuto averlo lì davanti, studiarlo, consultarlo, mentre invece ero lontano ancora non sapevo quanto, perché l’avevo fatto proprio per sapere il tempo che ci avrei messo a ritrovarlo, e finché non l’avessi ritrovato non l’avrei saputo. Adesso però non era il motivo per cui l’avevo fatto che m’importava, ma il com’era fatto, e mi misi a fare ipotesi su questo come, e teorie secondo le quali un dato segno doveva essere necessariamente in un dato modo, o procedendo per esclusione provavo a eliminare tutti i tipi di segni meno probabili per arrivare a quello giusto, ma tutti questi segni immaginari svanivano con una labilità inarrestabile perché non c’era quel primo segno a far da termine di confronto. In questo arrovellarmi (mentre la galassia continuava a rigirarsi insonne nel suo letto di morbido vuoto, come mossa dal prurito di tutti i mondi e gli atomi che s’accendevano e radiavano) capii che ormai avevo perso anche quella confusa nozione del mio segno, e riuscivo a concepire solo frammenti di segni intercambiabili fra loro, cioè segni interni al segno, e ogni cambiamento di questi segni all’interno del segno cambiava il segno in un segno completamente diverso, ossia m’ero bell’e dimenticato di come il mio segno fosse e non c’era verso di farmelo tornare in mente.

Mi disperai? No, la dimenticanza era seccante, ma non irrimediabile. Comunque andasse, sapevo che il segno era là ad aspettarmi, fermo e zitto. Ci sarei arrivato, l’avrei ritrovato e avrei potuto riprendere il filo dei miei ragionamenti. A occhio e croce, dovevamo essere arrivati già a metà percorso della nostra rivoluzione galattica: ci voleva pazienza, la seconda metà dà sempre l’impressione di passare più alla svelta. Adesso non dovevo pensare ad altro che al fatto che il segno c’era e che sarei ripassato di lì.

Un giorno dopo l’altro, ormai dovevo esser vicino. Fremevo d’impazienza perché mi potevo imbattere nel segno a ogni istante. Era qui, no, un po’ più in là, ora conto fino a cento… che non ci fosse più? Che l’avessi già passato? Niente. Il mio segno era rimasto chissà dove, indietro, completamente fuori mano rispetto all’orbita di rivoluzione del nostro sistema. Non avevo fatto i conti con le oscillazioni cui, specie a quei tempi, erano soggette le forze di gravità dei corpi celesti e che li portavano a disegnare orbite irregolari e frastagliate come fiori di dahlia. Per un centinaio di millenni mi arrovellai a rifare i miei calcoli: risultò che il nostro percorso toccava quel punto non ogni anno galattico ma soltanto ogni tre, cioè ogni seicento milioni di anni solari. Chi ha aspettato duecento milioni di anni può aspettarne anche seicento; e io aspettai; la via era lunga ma non dovevo mica farla a piedi; in groppa alla Galassia percorrevo gli anni-luce caracollando sulle orbite planetarie e stellari come in sella ad un cavallo dagli zoccoli sprizzanti scintille; ero in uno stato di esaltazione via via crescente; mi pareva di avanzare alla conquista di ciò che per me solo contava, segno e regno e nome…

Feci il secondo giro, il terzo. C’ero. Lanciai un grido. In un punto che doveva proprio essere quel punto, al posto del mio segno c’era un fregaccio informe, un’abrasione dello spazio slabbrata e pesta. Avevo perduto tutto: il segno, il punto, quello che faceva sì che io – essendo quello di quel segno in quel punto – fossi io. Lo spazio, senza segno, era tornato una voragine di vuoto senza principio né fine, nauseante, in cui tutto – me compreso – si perdeva. (E non mi si venga a dire che, per segnare un punto, il mio segno o la cancellatura del mio segno facevano proprio lo stesso: la cancellatura era la negazione del segno, e quindi non segnava, cioè non serviva a distinguere un punto dai punti precedenti e seguenti).

Lo sconforto mi prese e mi lasciai trascinare molti anni-luce come privo di sensi. Quando finalmente alzai gli occhi (nel frattempo, la vista era cominciata nel nostro mondo, e di conseguenza anche la vita), quando alzai gli occhi vidi lì quel che non mi sarei mai aspettato di vedere. Lo vidi, il segno, ma non quello, un segno simile, un segno senza dubbio copiato dal mio, ma che si capiva subito che non poteva essere il mio, tozzo com’era e sbadato e goffamente pretenzioso, una laida contraffazione di quello che io avevo inteso segnare in quel segno e la cui indicibile purezza solo ora riuscivo – per contrasto – a rievocare. Chi mi aveva giocato questo tiro? Non riuscivo a darmene ragione. Finalmente, una plurimillenaria catena d’induzioni mi portò alla soluzione: su di un altro sistema planetario che compiva la sua rivoluzione galattica innanzi a noi, stava un certo Kgwgk (il nome fu dedotto in seguito, nella più tarda epoca dei nomi), tipo dispettoso e divorato dall’invidia, che in un impulso vandalico aveva cancellato il mio segno e poi s’era messo con sguaiato artificio a tentare di marcarne un altro.

Era chiaro che quel segno non aveva niente da segnare se non l’intenzione di Kgwgk d’imitare il mio segno, per cui non c’era nemmeno da metterli al confronto. Ma in quel momento, il desiderio di non darla vinta al rivale fu in me più forte di ogni altra considerazione: volli subito tracciare un nuovo segno nello spazio che fosse un vero segno e facesse morire d’invidia Kgwgk. Erano pressapoco settecento milioni di anni che non mi provavo più a fare un segno, dopo quel primo: mi ci rimisi di lena. Ma adesso le cose erano diverse, perché il mondo, come vi ho accennato, stava cominciando a dare un’immagine di sé, e in ogni cosa alla funzione cominciava a corrispondere una forma, e le forme di allora si credeva che avessero un lungo avvenire davanti a sé (invece non era vero: vedi – per rifarci a un caso relativamente recente – i dinosauri), e quindi in questo mio nuovo segno era sensibile l’influenza di come allora si vedevamo le cose, chiamiamolo lo stile, quel modo speciale che ogni cosa aveva di star lì in un certo modo. Devo dire che io ne fui proprio soddisfatto, e non mi veniva più da rimpiangere quel primo segno cancellato, perché questo mi pareva enormemente più bello.

Ma già nella durata di quell’anno galattico, si cominciò a capire che fino a quel momento le forme del mondo erano state provvisorie e che sarebbero cambiate una per una. E a questa consapevolezza s’accompagnò un fastidio per le vecchie immagini, tale che non se ne poteva soffrire nemmeno il ricordo. E io cominciai a essere tormentato da un pensiero: avevo lasciato quel segno nello spazio, quel segno che m’era parso tanto bello e originale e adatto alla sua funzione, e che adesso appariva alla mia memoria in tutta la sua pretenziosità fuor di luogo, come segno innanzitutto d’un modo antiquato di conoscere i segni, e della mia sciocca complicità con un assetto delle cose da cui avrei dovuto sapermi distaccare in tempo. Insomma, mi vergognavo di quel segno che continuava per secoli a esser costeggiato dai mondi in volo, dando un ridicolo spettacolo di sé e di me e di quel nostro modo di vedere provvisorio. Delle vampe di rossore mi prendevano quando lo ricordavo (e lo ricordavo continuamente), che duravano intere ere geologiche: per nascondere la mia vergogna sprofondavo nei crateri dei vulcani, affondavo i denti per il rimorso nelle calotte delle glaciazioni che coprivano i continenti. Ero assillato dal pensiero che Kgwgk, precedendomi sempre nel periplo della Via Lattea, avrebbe visto il segno prima che io lo potessi cancellare, e da quel villanzone che era mi avrebbe deriso e fatto il verso, ripetendo per spregio il segno in rozze caricature per ogni angolo della sfera circumgalattica.

Invece stavolta la complicata orologeria astrale mi fu favorevole. La costellazione di Kgwgk non incontrò il segno, mentre il nostro sistema solare ripiombò lì puntualmente al termine del primo giro, così accosto che ebbi modo di cancellare tutto con la massima cura.

Adesso, di segni miei nello spazio non ce n’era neanche uno. Potevo mettermi a tracciarne un altro, ma ormai sapevo che i segni servono anche a giudicare chi li traccia, e che in un anno galattico i gusti e le idee hanno tempo di cambiare, e il modo di considerare quelli di prima dipende da quel che viene dopo, insomma avevo paura che quello che ora mi poteva apparire un segno perfetto, tra duecento o seicento milioni di anni mi avrebbe fatto fare brutta figura. Invece, nel mio rimpianto, il primo segno, vandalicamente cancellato da Kgwgk, restava inattaccabile dal mutare dei tempi, come quello che era nato prima d’ogni inizio delle forme e che doveva contenere qualcosa che a tutte le forme sarebbe sopravvissuto, cioè il fatto di essere segno e basta.

Fare segni che non fossero quel segno non aveva più interesse per me; e quel segno l’avevo dimenticato ormai da miliardi di anni. Così, non potendo fare dei veri segni, ma volendo in qualche modo dar fastidio a Kgwgk, mi misi a fare dei segni finti, delle tacche nello spazio, dei buchi, delle macchie, trucchetti che solo un incompetente come Kgwgk poteva scambiare per segni. Eppure egli si accaniva a farli sparire sotto le sue cancellature (come constatavo nei giri susseguenti), con un impegno che doveva ben costargli fatica. (Io adesso seminavo di questi finti segni lo spazio, per vedere fino a che punto arrivava la sua dabbenaggine).

Ora, osservando questa cancellature un giro dopo l’altro (le rivoluzioni della Galassia ormai erano diventate per me un navigare pigro e annoiato, senza scopo né attesa), mi resi conto di una cosa: col passare degli anni galattici esse tendevano a sbiadire nello spazio, e sotto riaffiorava quello che avevo marcato io in quel punto, il mio – come dicevo – finto-segno. La scoperta, lungi dallo spiacermi, mi riaccese di speranza. Se le cancellature di Kgwgk si cancellavano, la prima che egli aveva fatta, là in quel punto, doveva essere ormai sparita, e il mio segno doveva essere tornato alla sua primitiva evidenza!

Così l’attesa tornò a dare ansia ai miei giorni. La Galassia si voltava come una frittata nella sua padella infuocata, essa stessa padella friggente e dorato pesce-d’uovo; ed io friggevo con lei per l’impazienza.

Ma nel passar degli anni galattici lo spazio non era più quella distesa uniformemente brulla e scialba. L’idea di marcare con dei segni i punti dove si passava, così com’era venuta a me e a Kgwgk, l’avevano avuta in tanti, sparsi su miliardi di pianeti d’altri sistemi solari, e continuamente m’imbattevo in uno di questo cosi, o un paio, o addirittura una dozzina, semplici ghirigori bidimensionali, oppure solidi a tre dimensioni (per esempio, dei poliedri), o anche roba messa su con più accuratezza, con la quarta dimensione e tutto. Fatto sta che arrivo al punto del mio segno, e ce ne trovo cinque, tutti lì. E il mio non son buono a riconoscerlo. È questo, no è quest’altro, macché, questo ha l’aria troppo moderna, eppure potrebbe anche essere il più antico, qui non riconosco la mia mano, figuriamoci se a me veniva in mente di farlo così… E intanto la Galassia scorreva nello spazio e si lasciava dietro segni vecchi e segni nuovi e io non avevo ritrovato il mio.

Non esagero dicendo che quelli che seguirono furono gli anni galattici peggiori che avessi mai vissuto. Andavo avanti a cercare, e nello spazio si infittivano i segni, da tutti i mondi chiunque ne avesse la possibilità ormai non mancava di marcare la sua traccia nello spazio in qualche modo, e il nostro mondo pure, ogni volta che mi voltavo, lo trovavo più gremito, tanto che mondo e spazio parevano uno lo specchio dell’altro, l’uno e l’altro minutamente istoriati di geroglifici e ideogrammi, ognuno dei quali poteva essere un segno e non esserlo: una concrezione calcarea sul basalto, una cresta sollevata dal vento sulla sabbia rappresa del deserto, la disposizione degli occhi nelle piume del pavone (pian piano il vivere tra i segni aveva portato a vedere come segni le innumerevoli cose che prima stavano lì senza segnare altro che la propria presenza, le aveva trasformate nel segno di se stesse e sommate alla serie dei segni fatti apposta da chi voleva fare un segno), le striature del fuoco contro una parete di roccia scistosa, la quattrocentoventisettesima scanalatura – un po’ di sbieco – della cornice del frontone d’un mausoleo, una sequenza di striature su un video durante una tempesta magnetica (la serie di segni si moltiplicava nella serie dei segni di segni, di segni ripetuti innumerevoli volte sempre uguali e sempre in qualche modo differenti perché al segno fatto apposta si sommava il segno capitato lì per caso), la gamba male inchiostrata della lettera R che in una copia d’un giornale della sera s’incontrava con una scoria filamentosa della carta, una tra le ottocentomila scrostature di un muro incatramato in un’intercapedine dei docks di Melbourne, la curva d’una statistica, una frenata sull’asfalto, un cromosoma… Ogni tanto, un soprassalto: È quello! e per un secondo era sicuro d’aver ritrovato il mio segno, sulla terra o nello spazio non faceva differenza perché attraverso i segni s’era sta- bilita una continuità senza più un netto confine.

Nell’universo ormai non c’erano più un contenente e un contenuto, ma solo uno spessore generale di segni sovrapposti e agglutinati che occupava tutto il volume dello spazio, era una picchiettatura continua, minutissima, un reticolo di linee e graffi e rilievi e incisioni, l’universo era scarabocchiato da tutte le parti, lungo tutte le dimensioni. Non c’era più modo di fissare un punto di riferimento: la galassia continuava a dar volta ma io non riuscivo più a contare i giri, qualsiasi punto poteva essere quello di partenza, qualsiasi segno accavallato agli altri poteva essere il mio, ma lo scoprirlo non sarebbe servito a niente, tanto era chiaro che indipendentemente dai segni lo spazio non esisteva e forse non era mai esistito.

Italo Calvino, Un segno nello spazio, tratto da Le Cosmicomiche, Einaudi, 1965.

PERCHÉ LEGGERE I CLASSICI?

Italo Calvino nel suo libro risponde così.

<<Cominciamo con qualche proposta di definizione.


1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito “Sto rileggendo…” e mai “Sto leggendo…”

Questo avviene almeno tra quelle persone che si suppongono “di vaste letture”; non vale per la gioventù, età in cui l’incontro col mondo, e coi classici come parte del mondo, vale proprio in quanto primo incontro.

Il prefisso iterativo davanti al verbo “leggere” può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture “di formazione” d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto.
Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E Saint­Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i grandi cicli romanzeschi dell’Ottocento sono più nominati che letti. Balzac in Francia si comincia a leggerlo a scuola, e dal numero delle edizioni in circolazione si direbbe che si continua a leggerlo anche dopo. Ma in Italia se si facesse un sondaggio Doxa temo che Balzac risulterebbe agli ultimi posti. Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s’incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza. Anni fa Michel Butor, insegnando in America, stanco di sentirsi chiedere di Emile Zola
che non aveva mai letto, si decise a leggere tutto il ciclo dei Rougon­Macquart. Scoperse che era tutto diverso da come credeva: una favolosa genealogia mitologica e cosmogonica, che descrisse in un bellissimosaggio.

Questo per dire che il leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello d’averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come a ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più. Possiamo tentare allora quest’ altra formula di definizione:

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

Infatti le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di
bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine. C’è una particolare forza dell’opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne allora sarà:

3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

Per questo ci dovrebbe essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch’essi cambiano, nella luce d’una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l’incontro è un avvenimento del tutto nuovo. Dunque, che si usi il verbo “leggere” o il verbo “rileggere” non ha molta importanza. Potremmo infatti dire:

4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

La definizione 4 può essere considerata corollario di questa:

6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

Mentre la definizione 5 rimanda a una formulazione più esplicativa, come:

7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sè la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sè la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

Questo vale per i classici antichi quanto per i classici moderni. Se leggo l’ “Odissea” leggo il testo d’Omero ma non posso dimenticare tutto quello che le avventure d’Ulisse sono venute a significare durante i secoli, e non posso non domandarmi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni o dilatazioni. Leggendo Kafka non posso fare a meno di comprovare o di respingere la legittimità dell’aggettivo “kafkiano” che ci capita di sentire ogni quarto d’ora, applicato per dritto e per traverso. Se leggo “Padri e figli” di Turgheniev o “I demoni” di Dostoevskij non posso fare a meno di pensare come questi personaggi hanno continuato a reincarnarsi fino ai nostri giorni.

La lettura d’un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all’immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario. C’è un capovolgimento di valori molto diffuso per cui l’introduzione, l’apparato critico, la bibliografia vengono usati come una cortina fumogena per nascondere quel che il testo ha da dire e che può dire solo se lo si lascia parlare senza intermediari che pretendano di saperne più di lui. Possiamo concludere che:

8. Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sè, ma continuamente se li scrolla di dosso.

Non necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo (o creduto di sapere) ma non sapevamo che l’aveva detto lui per primo (o che comunque si collega a lui in modo particolare). E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta d’una origine, d’una relazione, d’una appartenenza. Da tutto questo potremmo derivare una definizione del tipo:

9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.

Naturalmente questo avviene quando un classico “funziona” come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne che a scuola: la scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i “tuoi” classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta; ma le scelte che contano sono quelle che avvengono fuori e dopo ogni scuola.

É solo nelle letture disinteressate che può accadere d’imbatterti nel libro che diventa il “tuo” libro. Conosco un ottimo storico dell’arte, uomo di vastissime letture, che tra tutti i libri ha concentrato la sua predilezione più profonda sul “Circolo Pickwick” , e a ogni proposito cita battute del libro di Dickens, e ogni fatto della vita lo associa con episodi pickwickiani. A poco a poco lui stesso, l’universo, la vera filosofia hanno preso la forma del “Circolo Pickwick” in un’identificazione assoluta. Giungiamo per questa via a un’idea di classico molto alta ed esigente:

10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.

Con questa definizione ci si avvicina all’idea di libro totale, come lo sognava Mallarmé. Ma un classico può stabilire un rapporto altrettanto forte d’opposizione, d’antitesi. Tutto quello che Jean­ Jacques Rousseau pensa e fa mi sta a cuore, ma tutto m’ispira un incoercibile desiderio di contraddirlo, di criticarlo, di litigare con lui. C’entra la sua personale antipatia su un piano temperamentale, ma per quello non avrei che da non leggerlo, invece non posso fare a meno di considerarlo fra i miei autori. Dirò dunque:

11. Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.

Credo di non aver bisogno di giustificarmi se uso il termine “classico” senza fare distinzioni d’antichità, di stile, d’autorità. Quello che distingue il classico nel discorso che sto facendo è forse solo un effetto di risonanza che vale tanto per un’opera antica che per una moderna ma già con un suo posto in una continuità culturale. Potremmo dire:

12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.

A questo punto non posso più rimandare il problema decisivo di come mettere in rapporto la lettura dei classici con tutte le altre letture che classici non sono.
Problema che si connette con domande come: “Perchè leggere i classici anziché concentrarci su letture che ci facciano capire più a fondo il nostro tempo?” e “Dove trovare il tempo e l’agio della mente per leggere dei classici, soverchiati come siamo dalla valanga di carta stampata dell’ attualità?”.

Certo si può ipotizzare una persona beata che dedichi il “tempo­lettura” delle sue giornate esclusivamente a leggere Lucrezio, Luciano, Montaigne, Erasmo, Quevedo, Marlowe, il “Discours de la Metode ” , il “Wilhelm Meister”, Coleridge, Ruskin, Proust e Valéry, con qualche divagazione verso Murasaki o le saghe islandesi. Tutto questo senza aver da fare recensioni dell’ultima ristampa, né pubblicazioni per il concorso della cattedra, né lavori editoriali con contratto a scadenza ravvicinata. Questa persona beata per mantenere la sua dieta senza nessuna contaminazione dovrebbe astenersi dal leggere i giornali, non lasciarsi mai tentare dall’ultimo romanzo o dall’ultima inchiesta sociologica. Resta da vedere quanto un simile rigorismo sarebbe giusto e proficuo. L’attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pur stabilire “da dove” li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo. Ecco dunque che il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d’attualità. E questo non presume necessariamente una equilibrata calma interiore: può essere anche il frutto d’un nervosismo impaziente, d’una insoddisfazione sbuffante.

Forse l’ideale sarebbe sentire l’attualità come il brusio fuori della finestra, che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici, mentre seguiamo il discorso dei classici che suona chiaro e articolato nella stanza. Ma è ancora tanto se per i più la presenza dei classici s’avverte come un rimbombo lontano, fuori dalla stanza invasa dall’attualità come dalla televisione a tutto volume. Aggiungiamo dunque:

13. È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

14. È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

Resta il fatto che il leggere i classici sembra in contraddizione col nostro ritmo di vita, che non conosce i tempi lunghi, il respiro dell’ “otium” umanistico; e anche in contraddizione con l’eclettismo della nostra cultura che non saprebbe mai redigere un catalogo della classicità che fa al caso nostro.

Erano le condizioni che si realizzavano in pieno per Leopardi, data la sua vita nel paterno ostello, il culto dell’antichità greca e latina e la formidabile biblioteca trasmessigli dal padre Monaldo, con annessa la letteratura italiana al completo, più la francese, ad esclusione dei romanzi e in genere delle novità editoriali, relegate tutt’ al più al margine, per conforto della sorella (“il tuo Stendhal” scriveva a Paolina). Anche le sue vivissime curiosità scientifiche e storiche, Giacomo le soddisfaceva su testi che non erano mai troppo “up to date” : i costumi degli uccelli in Buffon, le mummie di Federico Ruysch in Fontenelle, il viaggio di Colombo in Robertson.

Oggi un’educazione classica come quella del giovane Leopardi è impensabile, e soprattutto la biblioteca del conte Monaldo è esplosa. I vecchi titoli sono stati decimati ma i nuovi sono moltiplicati proliferando in tutte le letterature e le culture moderne. Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.

M’accorgo che Leopardi è il solo nome della letteratura italiana che ho citato. Effetto dell’esplosione della biblioteca. Ora dovrei riscrivere tutto l’articolo facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli agli stranieri, e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani.

Poi dovrei riscriverlo ancora una volta perché non si creda che i classici vanno letti perché “servono” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.

E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest’ aria prima di morire”. >>.

Italo Calvino, Perchè leggere i classici?, Mondadori, 1991.